Amo perdermi

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Se mi chiedessero qual è la cosa che più mi piace al mondo risponderei che è conoscere le storie delle persone, sentirgliele raccontare. Questo vale sia quando viaggio in posti lontani, che quando semplicemente sono a casa, nella mia città.

Amo perdermi (non sono brava con il senso dell’orientamento) nelle vie, guardare le luci delle finestre che si accendono la sera o il pomeriggio d’inverno. Adoro incrociare l’espressione delle persone, la loro vita, gli sguardi curiosi e quelli truci.

Nei 10 lunghi anni in cui ho fatto la pendolare a Milano amavo più di ogni altra cosa prendere la metro – ci stavo più di un’ora per raggiungere prima l’università e poi l’ufficio dove lavoravo – e immaginare le vite e le storie di chi, come me, si stava spostando per raggiungere chissà quale luogo, per andare a scrivere chissà quale storia era per me come leggere un libro.

Sicuramente questa cosa dei racconti ce l’ho da quando sono piccola. Probabilmente da quando i miei genitori mi leggevano la favole prima di addormentarmi (alcune le sapevo a memoria) o da quando la maestra Gigliola, alle scuole elementari, mi ha fatto capire per davvero che parole sono lo strumento più sbalorditivo e potente al mondo.

Ho sempre letto tantissimo e le parole non mi hanno mai abbandonata man mano che crescevo: riempivo diari segreti e tutt’ora scrivo su quaderni infiniti che custodisco gelosamente. Ovviamente non ho potuto che prenderci anche due lauree e poi..?

Come molti giovani, miei coetanei, mi sono trovata alla fine dei 5 anni di università persa, con tante porte davanti e solo l’istinto a dirmi quale poteva essere quella giusta. Il mio percorso di studi – tanto amato – non era abbastanza, non era concreto, non definiva abbastanza quello che io come donna, come professionista, avrei voluto essere.

Ho scelto di passare sotto la porta più fragile di tutte. Quella che se fossi stata nella favola de “I tre porcellini“ sarebbe stata la prima a cadere. Quella che i più razionali tra i miei amici e parenti mi dicevano che non avrei nemmeno dovuto considerare.

Con il senno di poi sono convinta che avrei aperto quella porta lo stesso, magari non sarebbe stato accettando uno stage in una ONG, appena laureata, ma in un modo o nell’altro credo che sarei comunque qui. A raccontare le storie di chi non può farlo per sé.

Oggi, con gli occhi un po’ più grandi e un po’ meno disincantati, mi piace pensare che un piccolo seme di tutto quello che sarebbe venuto poi già si era formato dentro una piccola me che, appena ventenne, insegnava italiano come volontaria agli stranieri, ai richiedenti asilo, a chi si era appena trasferito in Italia o a chi ci viveva da anni.

Ricorderò per sempre gli occhi di S. quando mi raccontò di sua moglie e suo figlio, che per raggiungerlo erano partiti per il mare e che non erano mai arrivati. Ricordo immaginarlo comporre lo stesso numero su quel piccolo cellulare analogico ancora e ancora, cercando risposte. Ricordo il suo mettere via la penna verde, chiudere l’astuccio, prendere la borsa e andare via, dopo avermi raccontato il suo dramma, in italiano. Porto sempre con me il suo sorriso grato, una volta superato l’esame. È lo stesso che mi fa ogni volta che ci vediamo eppure io non ho mai fatto nulla per lui. Non ho mai raccontato la sua storia, non ho contribuito ad alleviare quel dolore. L’ho solo ascoltato.

E se oggi sono qui, ad iniziare questa nuova bellissima avventura, lo devo a lui e a tutte le altre storie, dette e non dette, scritte e non scritte, che ho ascoltato, visto, incrociato e amato e vivono in me. Sono la cosa più preziosa che ho. Sono il cuore di tutto e di ognuno di noi.

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